Suppo: “A 11 anni ho mollato la frizione e sono partito”

suppo_art“Avevo undici anni; ho mollato la frizione, e sono partito”. Il ricordo è ancora chiaro, anche se da allora di anni ne sono trascorsi altri trentacinque. Avrebbe potuto essere la scintilla che accendeva una carriera, se Livio Suppo fosse poi diventato pilota. Invece, si è trattato solo di un elemento  che gli ha reso più semplice inserirsi nell’ambiente nel quale poi ha sviluppato la parte più importante della propria carriera. Fino a diventare leader del progetto Ducati in MotoGp. Per dieci anni, e poche ore ancora.

Soltanto quaranta anni or sono, una laurea in Economia e Commercio non avrebbe portato al motociclismo. Forse, quaranta anni or sono nessuna laurea lo avrebbe fatto, visto che a quei tempi si trattava di uno sport che richiedeva più pratica che grammatica. “Ma anche in caso contrario, quaranta anni or sono sarei stato io a rifiutare di fare il lavoro che negli ultimi due lustri invece, è stato il mio”. Perché, quarant’anni or sono, assumere decisioni che coinvolgevano i piloti comportava implicazioni importanti sul come dovessero giocarsi la pelle.  Nel corso degli anni, l’attenzione alla sicurezza è aumentata in modo esponenziale; allo stesso modo, è cresciuto l’obbligo di reperire denaro.

“Si dice che il mondo giri attorno a due cose: l’altra sono i soldi” conviene Suppo, che della università, frequentata a Torino, conserva un ricordo che sintetizza in pochi elementi. “Lì ho imparato a vendere” dice, intendendo vendere la propria merce, ossia far rendere al massimo al momento degli esami quello che (poco o tanto) si sa. “Ho imparato anche ad arrivare presto, perché le aule erano enormi, ma senza microfoni per gli insegnanti. Ho imparato a parlare più lentamente, per essere compreso bene”.

A quei tempi, la motocicletta si era trasformata da occasione in passione. Dopo qualche tentativo (“molto soft”) di gareggiare, finalmente l’America. Poco prima della divisa, e della Russia. “Sono stato estratto per partecipare alle selezioni per un famoso Trofeo, che si sarebbe svolto in Bassa California. Ho superato le semifinali, poi le finali, risultando tra i due spediti in riva al Pacifico. Si è trattato di una esperienza importante: non tanto per il risultato, quanto per le persone conosciute”. Ed una di queste, un giorno, gli ha infilato in tasca un biglietto per Mosca.

Ed a Mosca è volato, ma non prima di aver assolto il servizio militare (nell’Arma)  ed essersi dato da fare nel reparto marketing di una famosa Casa dolciaria piemontese. Non era la Ferrari; però ci andava vicino. Comunque, esperienza interrotta da una telefonata. A chiamare, era uno di quelli  conosciuti in California.
“L’idea – così mi dice  – è organizzare una gara che da Mosca arrivi a Vladivostock, sulla costa del Pacifico, dopo aver attraversato l’Asia intera seguendo il tragitto della Transiberiana. Mi ci butto”.

Deve però tornare a casa: affari di famiglia. Così, per due anni, si occupa della azienda del padre, che vendeva materiale elettrico all’ingrosso. Due anni, prima di abbandonare nuovamente Torino (“bella città, ma in certi periodi della vita può anche andarti stretta”) per altri lidi. Prima Cuneo (“vendevo la cartellonistica di una squadra di pallavolo”) poi  il Veneto. “C’erano weekend in cui non tornavo a casa perché in tasca non avevo i soldi per l’autostrada”.

Veneto aveva significato prima scarponi, poi motociclette, perché una delle aziende forniva l’abbigliamento ad Hrc. “E siccome nessuno capiva di moto…  Ho anche cercato di portare Valentino Rossi a colui per il quale lavoravo. Non se ne fece nulla; si concluse, invece, con Melandri”. Stiamo parlando di giovanissimi.

Poi, la Ducati. “Sono arrivato a Borgo Panigale come direttore marketing. Della mia carriera alla Rossa, sono orgoglioso di alcune cose. Per esempio, aver contribuito a far sì che si decidesse di approdare alla MotoGp. Di avere spinto perché si cambiasse fornitore di pneumatici: era sembrato un azzardo, si è rivelato importante. Anche se non fondamentale, perché fondamentale è stato Stoner”.

Suppo è abbastanza noto, nel Paddock,  per una memoria davvero notevole, che gli consente di immagazzinare e riutilizzare dati anche di Gp lontani. Ed a volte si tratta di informazioni davvero di secondo o terzo piano. Per noi, almeno.
“La memoria analitica la devo a Claudio Domenicali e Filippo Preziosi che, da ingegneri, ragionano sempre numeri alla mano, rifuggendo dalle apparenze”.

Livio guarda il bilico della Ducati. Rosso, e lo stemma della Casa al centro. Lo indica: “Sono nato dieci anni fa con quello scudetto: lo avevano appena disegnato. Me ne vado proprio mentre si preparano a sostituirlo con uno nuovo di zecca.   La mia storia, alla Rossa, è racchiuso tra quei due loghi”.

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